Festa della Cattedra di San Pietro. Vangelo: Matteo 16, 13-19.
Un anno dopo la morte di Marcos, si fa ancora più forte la domanda: «E voi, chi dite che io sia?». La sua vita si è compiuta in modo inaspettato, improvviso; eppure, in questa breve vita, Marcos ha vissuto con una tensione, una tensione estrema a dire il Suo nome, a dire chi fosse Cristo per lui. Per il poco che l’ho conosciuto, mi ha colpito la sua tensione estrema a dire chi fosse Cristo per lui. Se fosse stato con san Pietro e gli altri su quella spiaggia, di sicuro si sarebbe arrischiato a dare la risposta; avrebbe subito cercato di rispondere alla domanda che Cristo faceva, così come ha cercato di rispondere entrando in Seminario.
Ma evidentemente doveva rispondere in un altro modo. E questo ci libera da tante immagini che abbiamo, perché l’importante non è indovinare come dobbiamo rispondere, ma avere questa disponibilità a rispondere nell’istante presente che ci è dato di vivere. Questa fu la stessa forza di san Pietro, del quale, tra tutti gli Apostoli, conosciamo meglio, grazie ai Vangeli, i limiti. Che cosa è stata la vita di san Pietro, se non mettere tutta la sua umanità, così com’era, nella situazione in cui si trovava, davanti a Cristo? Questa disponibilità lo rese capace di affrontare fatti impossibili da immaginare: quando gettò le reti dall’altra parte, non avrebbe mai sperato di pescare tutti quei pesci, dopo una notte di pesca inutile. Quando Lo invitò a casa sua, non si sarebbe mai aspettato la guarigione della suocera malata. Quando pensava di difenderlo con la spada, Gesù lo sorprese curando l’orecchio che lui aveva tagliato. O anche quando pensava di poterlo seguire fino alla croce e, invece, Lo rinnegò e pianse amaramente.
Ma tutta la vita di Pietro è stata un rispondere —come poteva, con tutta la sua umanità, senza vergogna, con tutta la sua carne, con tutto il suo sangue— a quest’uomo che era venuto a compiere la sua vita. Infatti, Gesù glielo aveva detto: «Non la carne né il sangue te lo hanno rivelato». Ma in questa carne e in questo sangue, che lui mise totalmente a disposizione, il Padre gli mise in bocca una parola impossibile: «Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio». Con questa carne peccatrice disse: sì, Ti amo, Tu sei tutto, Ti voglio bene. E Cristo lo fece pastore della Chiesa, Suo vicario. A un uomo che sapeva appena governare una barca, lo pose a governare la barca della Chiesa, la continuazione della sua opera nel mondo.
Così è stata anche la vita di Marcos: diede tutto se stesso e Dio lo chiamò in un modo impossibile da immaginare, pensare o dire. Ora, un anno dopo la sua morte, sarà ancora più nostro amico se anche noi, come fece lui, ci chiediamo: «In quest’anno, istante dopo istante, chi dico che Lui sia?». Con tutta la mia carne, con tutto il mio sangue, con tutta la mia umanità ferita (non importa ciò che ho fatto o ciò che farò), Gli darei io ora tutto? Come san Pietro, come Marcos?
Siamo fortunati a stare nella Chiesa, perché abbiamo accanto amici, come Marcos, che ci riportano al centro della questione: «Chi è Cristo per me?». E per lo stesso motivo oggi dobbiamo festeggiare che esista il Papa. Abbiamo un punto umano attraverso il quale Cristo, nella storia, ci dice: «Guarda, non è la forza della tua carne o del tuo sangue, ma che tu metta questa carne e questo sangue totalmente al Suo servizio, perché siano possibili cose umanamente impossibili».
Testo originale in italiano
22 febbraio 2016 – Festa della Cattedra di San Pietro (Vangelo di Matteo 16, 13-19)
Un anno dopo la morte di Marcos, si fa ancora più forte la domanda: ma voi, chi dite che Io sia? La sua vita si è compiuta in un modo inaspettato, improvviso; eppure, in questa breve vita, Marcos ha vissuto con una tensione, un’esasperata tensione a dire il Suo nome, a dire chi era Cristo per lui. Per quel poco che l’ho conosciuto, sono rimasto impressionato dalla sua esasperata tensione a dire chi era Cristo per lui. Se fosse stato con san Pietro e gli altri su quella spiaggia, di sicuro avrebbe rischiato nel dare la risposta, avrebbe immediatamente provato a rispondere alla domanda che Cristo faceva, così come provò a rispondere entrando in Seminario.
Ma evidentemente, doveva rispondere in un altro modo. E questo ci libera da tante immagini che abbiamo, perché l’importante non è indovinare il come dobbiamo rispondere, ma avere questa disponibilità a rispondere, nell’istante presente che ci è dato da vivere. Questa è stata la stessa forza di san Pietro, di cui, tra tutti gli Apostoli, conosciamo, grazie ai Vangeli, meglio i limiti. Cosa è stata la vita di san Pietro, se non mettere tutta la sua umanità, così com’era, nella situazione in cui si trovava, davanti a Cristo? Questa disponibilità lo ha reso capace di affrontare fatti che erano impossibili da immaginare: quando ha gettato le reti dall’altra parte, non avrebbe mai sperato di pescare tutti quei pesci, dopo una notte di pesca inutile. Quando Lo invitò a casa sua, non si sarebbe mai aspettato la guarigione della suocera malata. Quando pensava di difenderlo con la spada, Gesù lo sorprese curando l’orecchio che lui aveva tagliato. O anche quando pensava di poterlo seguire fino alla croce e, invece, Lo rinnegò e pianse amaramente.
Ma tutta la vita di Pietro è stata un rispondere – così come poteva, con tutta la sua umanità, senza vergogna, con tutta la sua carne, con tutto il suo sangue – a quest’uomo che era venuto a compiere la sua vita. Di fatto, Gesù glielo aveva detto: «Non la tua carne, né il tuo sangue te lo hanno rivelato». Ma in questa carne e in questo sangue che lui ha messo totalmente a disposizione, il Padre gli ha messo in bocca una parola impossibile: «Tu sei Cristo, il figlio di Dio». Con questa carne peccatrice ha detto: sì, io Ti amo, Tu sei tutto, io Ti voglio bene. E Cristo lo ha fatto pastore della Chiesa, Suo vicario. Un uomo che sapeva appena governare una barca, lo pone a governare la barca della Chiesa, la continuazione della sua opera nel mondo.
E così è stata anche la vita di Marcos: lui ha dato tutto se stesso e Dio lo ha chiamato in un modo impossibile da immaginare, pensare o dire. Adesso, un anno dopo la sua morte, lui ci sarà ancora più amico se anche noi, come lui ha fatto, ci chiediamo: «Ma in questo anno, istante dopo istante, chi dico che Lui sia?». Con tutta la mia carne, con tutto il mio sangue, con tutta la mia umanità ferita (non importa cosa ho fatto, o cosa farò) ma io, adesso, Gli darei tutto? Come san Pietro, come Marcos?
Siamo fortunati a stare nella Chiesa, perché abbiamo accanto amici, come Marcos, che ci riportano al centro della questione: «Chi è Cristo per me?». E per lo stesso motivo dobbiamo festeggiare oggi che ci sia il Papa. Abbiamo un punto umano attraverso cui Cristo, nella storia, ci dice: «Guarda, non è la forza della tua carne o del tuo sangue, ma che tu metta questa carne e questo sangue totalmente al Suo servizio, affinché siano possibili cose umanamente impossibili».
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