1 LETTERA
Inviata da una tastiera senza accenti
Saluti dall’India!
Siamo pieni di impegni quindi approfitto per farvi la bella sparata oggi, e poi vi andro’ racconta’ndo altri dettagli. Visto che questa tastiera del secolo scorso va malissimo, ho la scusa per tutti i miei errori.
Siamo arrivati mercoledi’ sera, e appena arrivati ci siamo comprati un taxi prepagato in aeroporto. Uscendo a cercarli abbiamo visto un cartello «prepaid taxis» e siamo andati, ma non c’erano altro che 30 indiani che aspettavano clienti. Cosi’ trenta tizi discutevano in bengali su cosa fare di noi e noi senza capire niente, terrorizzati. Era notte ma c’era un po’ di luce per le strade, e l’emozione iniziale di essere in un paese esotico si e’ andata trasformando in impressione. C’e’ una puzza tremenda, la citta’ e’ piena di immondizia e nn ci sono edifici piu’ alti di 15 metri. Siccome stanno tutti mezzo cadendo, non c’e’ nessuno che viva nelle proprie case, vivono tutti per strada buttati, sparsi sui marciapiedi, sopra le macchine e sempre circondati dalle mosche. Sembra (soprattutto di notte) che siano tutti morti.
Il giorno dopo ci siamo svegliati alle 5 per andare alla messa delle 6 a «mothers house», che e’ la «sede» delle suore della carita’, il luogo dove e’ sepolta madre teresa. Il percorso l’abbiamo fatto a piedi, ed e’ stata una camminata di quindici minuti in silenzio. Non esagero se vi assicuro che tutto il tempo si sente odore di merda, immondizia, marcio e fritto delle cose che cucinano, e ti viene una nausea pazzesca. Ci sono perdite d’acqua con cui si lavano la mattina. E tutti si lavano appena alzati. Faceva vergogna passare di li’, da una parte i riccastri che passeggiano per la loro strada, e loro che si svegliano come ogni giorno circondati dalla spazzatura. Non smettono di guardarci, soprattutto se siamo con delle ragazze, e il loro sguardo non smette di intimidire parecchio, e’ come se stessero urlando dentro ma ormai non lo tirassero piu’ fuori, come se si fossero gia’ arresi a tutto, visto che nascono vivono e muoiono per strada. Tutti i chioschi di cibo sono di 2×2 metri, in una specie di armadi che si aprono ai lati dei vicoli dove stanno gli indiani a vendere fritti strani.
Definiti gli odori e piu’ o meno quello che si vede, adesso la colonna sonora: corvi e moto, non c’e’ altro, le moto e i taxi, che in spagna porterebbero 2 o 3 persone qui ne portano almeno 10 e sfrecciano a tutta birra. Siccome non ci sono quasi poliziotti e non c’e’ codice della strada, vale la legge del «chi ha piu’ coraggio e si sposta per ultimo» e tirano fino all’ultimo che fa paura, non puoi affacciarti dal finestrino per non essere preso in pieno. Gli uomini camminano con delle gonnellle e le donne stanno tutto il tempo dietro ai bambini, che di solito vanno nudi. Sono da national geograpic totale, sporchi, con la faccia intontita, scalzi e a chiedere soldi. E poi tutti cani abbandonati che frugano in giro con la faccia da malati.
Non e’ solo un tema di poverta’, qui c’e’ un problema culturale, sono sporchi e trascurati e se ne infischiano di tutti, ognuno va per conto suo. Non smetti di vedere bambini abbandonati in giro, e a volte qualche cadavere per terra, e a nessuno importa, a nessuno. Vi giuro che il loro sguardo e’ un dramma. Ti sorridono solo se sono venditori, il resto del tempo ti guardano con la faccia da zombie totale. E’ triste il panorama, molto triste. Sono qui da 5 o 6 giorni, e non ti abitui a niente, ne’ all’odore, ne’ al panorama, perche’ c’e’ sempre uno sguardo mattutino che ti toglie di colpo ogni leggerezza.
Stiamo dormendo in una casa di gesuiti che ci hanno accolto. Le stanze sono due letti di metallo con cuscini che sembrano pietre, e un ventilatore, che credetemi, e’ come un hotel a 5 stelle da queste parti. Essendo dentro un edificio l’odore non arriva cosi’ tanto e si puo’ sopravvivere di notte. Pero’ si suda TUTTO il giorno, un’afa. E’ una follia, finisci con le magliette fradicie.
Vi raccontero’ piu’ cose del panorama quando torno ma potete farvi un’idea.
Siamo un gruppo di 24, quasi tutte donne. La maggior parte del gruppo sono alunni di mio zio, gente di valencia e castellon molto simpatica. Come dicevo siamo andati a Mothers House, e siamo rimasti di sasso: in mezzo alla citta’ del caos, della poverta’ e della malattia, loro hanno una casa grande ma umile, molto molto curata. Questo e’ un tratto comune a tutte le case delle suore, sono molto curate e le stanno continuamente pulendo. Alle 6 abbiamo fatto messa con loro, e dalla finestra si sentiva tutto il casino di clacson e corvi, ma anche cosi’, i canti che facevano loro si sentivano ed erano tremendi, bellissimi. Sorprende come si lodi la loro opera, e in fin dei conti si tratta di una manciata di 40 suorine che si dividono il lavoro e la cura delle case di accoglienza. La maggior parte di un metro e mezzo e anziane, ma le salutano con un rispetto che stupisce.
Hanno 5 case sparse per la citta’ nelle quali si accolgono persone con malattie diverse. Il primo giorno ci hanno gia’ assegnato la casa. A me e’ toccata una casa che sta in periferia con altri 9. Dobbiamo prendere il treno e un taxi ogni giorno, e in 2 ore arriviamo. La nostra casa e’ Kirk Angola, ed e’ di malati di tubercolosi. E’ una casa bellissima, con un giardino molto bello. nOggi per esempio e’ stata una giornata di lavoro intenso. Mi e’ toccato lavare alcuni malati, la maggior parte scheletrici e paralitici. Non e’ facile, all’inizio fa parecchio schifo, cosi’ com’e’, perche’ la stanza delle docce puzza di merda da morire. Molti pisciano e cagano per terra perche’ non si reggono in piedi, e bisogna pulire. E poi bisogna bagnarli, insaponarli, asciugarli, vestirli, sedia a rotelle e in giardino.
Quando mi hanno messo a lavarli s\mi e’ mancato il respiro, ma un Nepalese ha lavorato con noi insegnandoci come si fa, e siamo rimasti allucinati. Li trattava in un modo impressionante. Si vedeva come gli voleva bene. Gli puliva persino le ferite. Poi abbiamo parlato con lui e siamo rimasti allucinati. Madre teresa lo aveva raccolto. Era paralitico, e a poco a poco e’ guarito e ha recuperato il movimento. Gli abbiamo detto «Perche’ sei capace di fare questo? Perche’ lo fai?» e il tizio ci dice «perche’ a me l’hanno fatto». E’ una novita’ tremenda quello che significa l’accog\lienza delle suore, cominciano a guardarsi in un altro modo solo se entrano in una di quelle case, e se gli si vuole bene. Non esagero se dico che le suore sono un mondo a parte in questa citta’. La bellezza di cui abbiamo bisogno per non disperarci nel giorno per giorno sta nelle case di accoglienza delle suore. Li’ lo sguardo e’ un altro, e’ di tenerezza, preoccupazione e allegria. Dentro ti salutano tutti con un «jiesu pronom» o qualcosa del genere, che vuol dire piu’ o meno «ciao in cristo». Quelli che stanno nella casa da tempo sono diversi, ti parlano di madre teresa con un’allegria tremenda, e si occupano degli altri a fondo. Ho cucinato con loro e sono dei fenomeni. Mi hanno detto qualcosa sui maiali (ne hanno alcuni nella casa), e temo che sia qualcosa come ammazzarne uno, spero che non mi coinvolgano. Siccome sto con gli uomini vedo poco le suore, ma sono gli stessi «pazienti» che si curano tra loro. Lo so che mi ripeto, ma vedendo quanto siamo inutili e lenti, vake piu’ la pena guardare come lavorano e si prendono cura degli altri. Il contrasto con come ti guardano fuori dalle caase rende piu’ potente lo sguardo della gente di dentro. Quello che fa si’ che ti vogliano bene.
Stando insieme cosi’ tanto tempo, il gruppo di 10 sta diventando molto amico, ci sono mio zio, la miras, alex, marta. javi garcia, carlos, e tre di valencia. Ieri abbiamo riposato ed e’ stato uno spettacolo. Yago insisteva perche’ alex e la miras raccontassero la loro storia agli altri, e abbiamo finito col parlare per quasi 4 ore, nell’unico bar con birra e aria condizionata di calcutta, raccontandoci come ognuno vive la propria fede. Carlos e queste 3 ragazze stanno stando molto appiccicati a noi, e ce la stiamo spassando alla grande, e discutendo molto.
Rimarrete sbalorditi con tutto quello che sta succedendo ad alex qui, e’ uno spasso continuo, che personaggio.
Di pomeriggio preghiamo con loro e riposiamo un po’. La preghiera diventa fondamentale qui. In ogni caso faccio fatica a pregare. Rimango senza parole quando entro nella cappella di «mothers house». Ho una confusione addosso tremenda. Approfitto per parlare tutte le sere con mio zio, per parlare di come stiamo e per dare chiarezza alla giornata. Perche’ davvero vi dico, nemmeno vedere miracoli mi sta «bastando», sento la mancanza di essere piu’ cosciente che Dio mi ama, cosi’ com’e’, spero di farmi capire. Lo noto in come sto di pomeriggio, come impaziente, lamentoso e serio, mi scopro bisognoso dell’amore che accade con le suorine tanto quanto la gente delle case o della strada. Forse grazie a questo, le conversazioni con mio zio diventano piu’ potenti. E’ interessante vedere come l’unico modo per riposare dai miei «rimuginamenti» e dalle mie preoccupazioni e’ quando mi misuro con mio zio. Mi diventa necessario che lui accolga ogni giorno come sto, e lo fa.
Vi racconterei mille e una cosa in piu’, ma questo e’ il primo che mi viene in mente in un internet point di 10m quadrati, con un indiano bruttissimo che puzza attaccato alla mia sinistra. Pregate molto per me, perche’ questo mi aiuti a crescere anche solo un po’ nella fede, perche’ altrimenti non varra’ la pena il viaggio. Un abbraccio a tutti!
Abbiamo conosciuto e parlato con parecchi, John, winsten, niami, milan, mjumbanem…
2ª LETTERA
> Saluti dall’India!
> Grazie mille a quelli che mi hanno risposto, non ho molto tempo, quindi vi mando subito un’altra sfilza di righe.
> Dopo quello che vi raccontavo siamo stati un altro paio di giorni nella casa dei malati di tubercolosi, abbiamo conosciuto uno dei «bambini di Madre Teresa». Sono tutti orfani raccolti da Madre Teresa, adesso ne ha 38 e lavora nella casa dei tubercolotici. Non sta zitto, non smette di parlare della Bibbia, ne sa più di tutti noi messi insieme. Parla di «sua madre» e ci racconta ogni cosa che gli ha detto, come lo educava, come gli cercava la scuola. Ve lo racconterò più nel dettaglio perché non ha prezzo. Ma il bello è un’altra cosa.
> Il giorno dopo una suora della Mother House si è avvicinata per proporre una cosa a sette di noi: si trattava di andare in un lebbrosario che sta fuori Calcutta, a 5 ore di autobus, per lavorare come volontari, dormendo e mangiando lì, ovviamente. Che giornata quando ce l’ha detto, tutti terrorizzati per decidere chi ci andava. Cadevano come mosche. Alla fine siamo andati Alex, Silvia, tre di Valencia, Greta e io. Quella notte non ho dormito, mi immaginavo lo scenario tipo film dell’orrore, con le «pelli che pendono e via dicendo». E ogni cosa che ci raccontavano complicava le cose: che più o meno è in montagna, dove ci sono un sacco di ragni e serpenti… che la luce va via in continuazione e bisogna andare in giro con le candele… Insomma, Alex e io ci immaginavamo già le notti lì, con gli zombie a passeggio per la tenuta. Ci hanno anche detto che era una tenuta pazzesca, bellissima, e che c’era una suora spagnola! Così ci siamo fatti coraggio.
> Alle 4 del mattino in piedi, per prendere l’autobus e via. Viaggio pesantissimo, ma vabbè, man mano che arrivavamo faceva meno caldo e c’era meno umidità, e finalmente meno rumore. Siamo arrivati verso le 10 del mattino e ci aspettava una novizia filippina molto simpatica con un’ambulanza per portarci lì. Il paese è Assansol, ma la casa sta a un’ora di macchina. Lei già ci tranquillizzava: «i lebbrosi non sono come quelli dei film». E niente, siamo passati da una scuola lì vicino a prendere la suora spagnola, che era con due ragazzi della casa, «ex lebbrosi», per cercare di ottenere un colloquio nella scuola e farli entrare. Sono saliti lei e i due ragazzi in ambulanza e niente, un’ora a parlare con lei. Una santa, proprio così.
> Si chiama Sister Maria, poi abbiamo scoperto che si chiama «Lola». Da quando siamo saliti in ambulanza fino a quando siamo usciti dalla casa, l’abbiamo sempre vista con un sorriso da orecchio a orecchio. La sua accoglienza nella casa è stata incredibile, sempre attenta a noi. Appena entrata ha cominciato a parlarci del centro, ve lo racconto. È una tenuta enorme, forse 1 km di superficie, ha 8 blocchi di accoglienza per i malati di lebbra, 4 per gli uomini e 4 per le donne, poi una casa per i bambini e una per fare lezione alla gente del paese; sono abbastanza autosufficienti, con galline, piantagioni di riso, mucche… Poi c’è la casa delle suore con la cucina, la cappella e il resto. Subito si è messa a raccontarci la storia dei ragazzi che erano saliti in ambulanza, cose tremende. Il primo si chiama Bisu, abbandonato dal padre, alcolizzato, che lo accusava di aver ucciso la sorellina (suo padre) e lo picchiava; poi Santu, ha detto solo che era un lebbroso abbandonato. Questi due ragazzi stavano nella casa forse da 12 anni e da 3 con Lola. Poi ci ha raccontato di Gudu, e questa storia è davvero troppo: padre alcolizzato di nuovo, abbandonato nella giungla e reso schiavo (!!!), più tardi la lebbra, e adesso è guarito e lavora nel lebbrosario per la suora. Ci raccontava che stava cercando di far entrare i due ragazzi a scuola e di far arrivare la corrente alla casa di Gudu, che adesso è sposato e ha 4 bambine.
> Beh, ci siamo tranquillizzati, subito ci siamo messi a raccontarle cosa studiavamo e via dicendo, e niente, siamo arrivati. Siamo andati al blocco principale, gli uomini e le donne erano a metà rosario, lo fanno tutti i mercoledì pomeriggio, e lei ci traduceva le intenzioni che dicevano i lebbrosi. Prima intenzione appena arrivati: per i volontari e le loro famiglie, che siano felici. Alex e io ci guardavamo come allucinati. Da qui in poi è stato uno sballo, erano tutti sorrisi, tutto. Il cibo ottimo, abbiamo dormito benissimo, ci hanno curato più di quanto abbiamo potuto fare noi, da vergognarsi.
> La giornata era: alzarsi alle 6 per la messa e l’orazione, colazione, e alle 8 a lavorare. Avevamo due opzioni, medicazioni (pulire le ferite ai lebbrosi…) e pulizie. Io non ho stomaco, quindi pulizie. Alex e una di Valencia si sono iscritti, e noi ci siamo messi a lavorare con Bisu, Gudu e Santu. Il lavoro era faticoso e duro, ma è stato una grazia. Non smette di stupirmi che grande gesto d’amore sia pulire per i malati. Lo notavo perché questi tre di cui vi dico mi correggevano ogni 2 minuti, su come fare le cose, dedicarci più tempo, mettere bene il lenzuolo… insomma, era una meraviglia lavorare con loro. Sono gente molto diversa dal panorama di qui, molto diversa, guardano continuamente Lola come una madre, ed è proprio così, le vuole un bene immenso. Insomma, sono stato a togliere ragnatele e a cambiare lenzuola per 5 giorni, e soprattutto vedere questi tizi è stato un regalo. Man mano che lavoro, nonostante non sia come me lo aspettavo (mi immaginavo di raccogliere la gente dalla strada), lo sto facendo con più gusto, sempre più consapevole di quanto sia «sciocco» ma allo stesso tempo grandioso lasciare le cose belle, qualcosa di permanente nelle case delle suore.
> Il rapporto con questi tizi era una meraviglia, a crepapelle tutto il giorno, e a volte conversazioni (nei limiti della comprensione) serie. Alex è tornato molto colpito da questi giorni e nell’ultima «riunione» descriveva molto bene quello che è successo con questi tre indiani: «è curioso, nati in paesi molto diversi, storie molto diverse, caratteri, lingue e tutto diverso, ma l’unica cosa che permette il rapporto che c’è tra noi e l’unica cosa che è bastata a loro e a noi nella vita è stato l’incontro con qualcuno che ci ama»; in loro, l’incontro con questa suora. Ve ne racconterò di più quando arrivo, ma insomma, dei fenomeni.
> I lebbrosi non sono come credevamo; adesso sì, nella casa scarseggiavano le dita e le mani: la lebbra attacca i nervi periferici e li rende insensibili (eeeeehi), provocando ferite profonde che finiscono per distruggere mani e piedi, quindi quasi tutti monchi; i più gravi avevano la faccia ridotta a una mappa, ma erano pochi. Il pomeriggio cantavamo con loro, scambiandoci canzoni in spagnolo e in hindi o bengalese, e tutti suonano strumenti a percussione, tamburelli, tamburi e via dicendo; era quasi comico, ma una meraviglia. La suora ci racconta che non sono tanti quelli che si battezzano, ma che in punto di morte lo fanno quasi tutti. Questa è la prima cosa che mi ha sorpreso della suora: li amava tutti allo stesso modo, Santu si è battezzato ma Bisu no, e come figli suoi non aveva preferenze per nessuno. Un’altra cosa che ci ha raccontato è che i blocchi dei casi «meno gravi» dovevano essere rinnovati ogni settimana, il che implica mandare via della gente, e a quanto pare è un dramma. Mi ha sorpreso che conoscesse tutti i malati, quando apparentemente è più facile non legarsi a loro, per non soffrire il giorno in cui tocca mandarli via, ma questa suora non ha paura di niente.
> Vi racconto ancora di lei perché non ha prezzo: è di Madrid, ha studiato a Salamanca, ed era una festaiola pazzesca: «che cambiamento, adesso mi sveglio all’ora in cui andavo a letto», ci diceva. Si è convertita sul cammino di Santiago, ha avuto un sacco di fidanzati, ed è medico. L’hanno destinata lì a sorpresa. Non smette di ridere, e ti fa mille e una domanda sulla tua vita. La migliore suora di tutte, ed è spagnola, come no. La cosa più bella di lei è che era una suora assolutamente Umana, di fatto più di noi. Le altre suore sembra che, essendo state delle «smorte» tutta la vita, fossero destinate a questa vita, ma lei rompe gli schemi. Due cose sciocche per cui dico che è umana: una perché ricordava con un po’ di nostalgia «le birrette del pomeriggio» di Madrid, e l’altra perché ci ha raccontato che c’era un volontario medico francese, e le sembrava molto attraente, e ci raccontava come diceva a Dio: «Signore, non so perché mi metti questo qui, lo scoprirò, ma io mi sono innamorata di Te».
> Ed ecco la cosa più bella di lei: parlava continuamente di «mio marito» e all’inizio non capivamo, e piano piano abbiamo scoperto che parlava di Gesù. Era una meraviglia, come se ci fosse un tizio seduto accanto a lei in ogni momento; ogni volta che ci raccontava un aneddoto del lebbrosario o della sua vita, interrompeva il racconto con il dialogo che aveva con suo marito. E ci diceva: «io sono una donna che ha bisogno di toccare con mano, e lo esigo sempre da mio marito: Signore, o sei concreto e palpabile, o non ti vedo». Era una meraviglia; quando ci veniva a trovare la sera nella nostra baracca, riempiva la stanza, la crivellavamo di domande (la tua storia? perché questo rapporto così stretto con Dio? vedere Cristo nei malati? com’è possibile?). Che rapporto così vicino con Dio, un dialogo permanente. Che invidia faceva, sono 5 giorni che chiedo di avere quel dialogo. Dio non era qualcosa di inventato nella sua vita, era Tutto, soprattutto i suoi malati. È una di quelle persone che ti lasciano senza parole. Una santa. Mi sono ricordato molto della cena a casa di Luis con Tim Guenard, mi invadeva lo stesso pensiero di quella cena di quando eravamo con la suora: CHE SANTO! Com’è attraente una persona così vicina a Gesù Cristo!
> Per me questi giorni sono stati grandi; la sera commentavo con Alex com’era andata la giornata, e leggevamo il Vangelo, e pensare con lui a quante cose erano successe durante il giorno ha lanciato il nostro rapporto in questi giorni, e lo ha riempito di domanda. Poi vedere questa suora, e soprattutto i «suoi figli», che erano miracoli con le gambe, mi ha fatto vedere quanto è potente Dio, non ha barriere, può TUTTO. Ha bisogno solo di persone per entrare in questo mondo, e con questa suora è evidente.
> Come aneddoto, che ho raccolto il riso, e la cosa migliore: ho scoperto che nel paese qui accanto giocano partite di calcio, e ho sempre voluto giocare circondato da neretti tipo «Thierry Henry» in una pubblicità della Pepsi, ebbene, è andata proprio così, l’eroe del paese a segnare gol; ho le zampe distrutte perché giocano sulla pietra e scalzi, ma ne è valsa la pena ahahahah.
> Ho molto tempo per pregare, prego per la scuola di Luis, il lavoro di Suca e mille altre cose, ma mandatemi qualcosa e pregherò per voi. Un forte abbraccio a tutti.
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