Morire quando Dio vuole

Un grupo de jóvenes lleva a hombros una imagen de Cristo crucificado en una procesión nocturna de Semana Santa

È ovvio. Nessuno muore un secondo prima.

Sulla questione dobbiamo dire soltanto questo: se moriamo per un amore grande o per uno piccolo; per un ideale santo o per un’overdose di eroina.

Ha fatto scalpore questa morte, per un incidente sciocco, di un seminarista spagnolo.

Ne approfitto per lanciare l’annuncio: se qualcuno dei miei lettori sente l’inquietudine del sacerdozio cattolico, io posso prestargli un vocazionometro (è un po’ lento, ma funziona).

Leggete la vita e la morte di Marcos Pou. Da Infovaticana:
«Era impossibile stare con Marcos più di mezz’ora senza che si finisse per parlare di Gesù Cristo»

IN NOTIZIE / BY LOLA GONZÁLEZ GIRALDÓS / ON 24 FEBBRAIO, 2015 AT 17:48 /

Iago Gallo ha celebrato ieri il funerale di suo nipote, Marcos Pou, seminarista della diocesi di Barcellona morto in un incidente sabato scorso. Nell’omelia ha ricordato la passione di Marcos per Gesù Cristo.

Alcuni giorni fa, la diocesi di Barcellona ha dovuto affrontare la triste notizia della morte di uno dei suoi seminaristi, Marcos Pou Gallo, deceduto in un incidente in moto. Nell’omelia del funerale, suo zio Iago Gallo ha ricordato la dedizione di Marcos e il valore del suo sì al Signore, che è un esempio per tutti i cristiani.

Questo sacerdote ha inoltre voluto sottolineare come fosse impossibile stare vicino a questo seminarista senza finire per guardare al cielo: «Era impossibile stare con Marcos e non girare il collo per cercare di cogliere presente Colui che faceva Marcos».

Riportiamo qui questa omelia, nella quale si mette in risalto la vocazione al sacerdozio di Marcos, il suo desiderio di donarsi al servizio degli altri e l’accettazione lieta della volontà di Dio, a volte difficile da comprendere per gli uomini:

Alcuni privilegiati – perché così aveva deciso lui – pochissimi (non so quanti, suppongo che fossimo due o tre), sapevamo, già da tempo (anni, addirittura), che Marcos avrebbe sorpreso (anche se solo a metà, perché ovunque andasse gli chiedevano se fosse seminarista). Ma sapevamo che al termine dei suoi studi di fisica Marcos avrebbe sorpreso con la notizia che entrava nel Seminario della Diocesi di Barcellona.

E così è stato. Si è avverato il suo sogno di vedere arrivare quel giorno. Quel giorno bellissimo in cui poter comunicare a tutti perché stava vivendo come stava vivendo. E finalmente svelava l’incognita. «E adesso che finisci l’università, cosa farai?», e depistava gli uni e gli altri con palle lontane dall’area.

La notizia era «voglio essere sacerdote». «Voglio entrare in seminario». E vedete, è stato bellissimo poter accompagnare Marcos in queste settimane. Vedendo come si compiva questo sogno da lui tanto custodito come un tesoro, tanto coltivato, tanto protetto; tanto assolutamente amato. E si univa ai sacerdoti e guardava i sacerdoti. Ma voleva essere sacerdote non per il mestiere sacerdotale, ma per il volto di Gesù Cristo.

Ci ha spiegato in queste settimane – anche se l’abbiamo visto in come ha vissuto questi ultimi anni della sua vita – ci ha spiegato, anzi, meglio, ci ha quasi mostrato come per lui, nella sua esperienza, Gesù Cristo fosse qualcosa di assolutamente reale, qualcosa di così concreto, così sperimentabile; come dice San Giovanni: «quello che i miei occhi hanno visto, quello che i miei orecchi hanno udito e quello che ho potuto toccare con le mani». Cristo era così bello ed era così presente che Marcos ha osato dirGli di sì. Dirgli di sì per sempre.

E si è giocato i suoi amori umani, si è giocato il suo onore; si è giocato tutto. «Mi faccio prete». In questo momento storico. «Mi faccio prete». È come se ci dicesse (guardate, e mi capite): «non è vero che sono passati duemila anni. Cristo è vivo. Cristo è vivo. Cristo – come diciamo nell’angelus tutti i giorni – abita in mezzo a noi».

E il sacerdote – non è affatto una descrizione teologica, ma il sacerdote è colui che, per mano di Gesù Cristo, perché questo modo di essere, questo camminare tra gli uomini l’ha inventato Gesù Cristo; è colui che allungando le braccia, allungandole molto; allungando le braccia tutto quello che può, con un braccio, con una mano, afferra Dio, con l’altra mano afferra l’uomo, e li porta – l’uomo e Dio – alla comunione.

Il sacerdote è colui che, nonostante le sue miserie umane, e per la grazia di nostro Signore Gesù Cristo, fa sì che l’uomo e Dio si incontrino. E guardate: Marcos non ha ricevuto il sacramento dell’Ordine. A nostro Signore non è servito. Ma Marcos era già sacerdote. Marcos, tutto il suo fare, tutto il suo camminare, tutto il suo parlare, era sacerdotale.

La maggior parte di voi che siete qui lo conoscete. Avete avuto a che fare con lui. Ed era impossibile. Era assolutamente impossibile stare con Marcos più di mezz’ora senza che si finisse per parlare di Gesù Cristo.

Era impossibile seguire un po’ la traccia dei suoi viaggi, del modo in cui impiegava il suo tempo; era impossibile vedere come sorrideva, vedere come scherzava, vedere come prendeva in giro (specialmente Mateo e Juan, i suoi fratelli più piccoli) senza scoprire che lì c’era qualcosa di grande. Era impossibile stare con Marcos e non girare il collo per cercare di cogliere presente Colui che faceva Marcos.

E Marcos gli ha detto di sì: Marcos al Signore ha detto di sì. E gli ha detto di sì davvero. Gli ha detto di sì davvero! Marcos – non abituiamoci a questo – ha detto di sì a Dio. E Dio, con quel suo disegno che, grazie a Dio, ci supera!, grazie a Dio supera il nostro; Dio ha accolto il suo sì. E siccome era un sì gratuito, senza condizioni, Dio ha fatto con il sì di Marcos quello che ha voluto.

Perché Marcos ha dato il suo sì a Dio. Apparteneva a Dio. E Dio ha detto: io con questo faccio quello che voglio. E guardiamo il Signore e gli diciamo: «Caspita, Signore! Sembra che ti avanzino i sacerdoti. Perché siamo pochi, e questo ne valeva la pena, e te lo porti via».

E il Signore ci sta dicendo: «Perché vi benedirò in un altro modo; perché mi prenderò cura della diocesi di Barcellona e della Chiesa in un altro modo». «Perché posso farlo anch’io». Perché Marcos può farlo dal cielo. Perché Marcos può accompagnarci dal cielo. Marcos, per mano di nostro Signore, Marcos risorto, può farlo.

Pensavo ieri sera, quando ormai mi ero messo a letto, dopo la giornata di ieri così bella; pensavo a questo: ma se è vero, caspita! Se è vero che Cristo e Marcos si volevano bene; si vogliono bene! È vero! E pensavo: mi metterò io in mezzo a questo rapporto? Darò io la mia opinione su «come si vogliono bene Cristo e Marcos», «come si vogliono bene Marcos e Cristo»? Dirò io che sarebbe dovuta andare in un altro modo? Oserò io dire a Marcos: non si ama così il Signore, perché guarda cosa ti fa? Oserò io dire al Signore, con il sì di mio nipote: «questo non è giusto»? Oserò?

Guardate che – è una cosa che ho avuto presente ieri, perché ieri e oggi sono stati un giorno bellissimo – Dio ci ha imbrogliati! Ci ha imbrogliati, Dio! Ma non con la morte di Marcos: ci ha imbrogliati con la vita di Marcos! Perché ce l’ha regalato! Ce l’ha messo davanti, e ci ha fatto innamorare! E nel guardare Marcos – ed era normale, eh, Marcos era normale –; nel guardare Marcos (a meno che uno non fosse molto ottuso, o molto cieco); nel guardare Marcos uno diceva: «è evidente che c’è qualcuno che fa questo ragazzo». È evidente che c’è uno che fa sì che Marcos sia così attraente. È evidente! Nel volto, nel gesto, nella voce, nell’abbraccio di Marcos. È evidente! E Dio ci ha imbrogliati proprio lì: perché nel guardare mio nipote, nel guardare Marcos, gli occhi ti andavano al cielo! E pensavo ieri: come faccio ad arrabbiarmi con questo che mi ha imbrogliato? Come faccio ad arrabbiarmi con chi mi ha regalato Marcos – guardate – in cambio di niente? Perché ce l’ha regalato «in cambio di niente»!

Qualcuno ha pagato un prezzo per poter essere amico di Marcos? Qualcuno ha pagato un prezzo? Ma è gratis! Ce l’hanno regalato gratis. E non ce l’hanno strappato. Ce l’hanno regalato gratis, e continuano a regalarcelo gratis.

Lo dico sempre, perché è così: Dio non dà per poi togliere. Dio dà per dare. E Marcos ce l’ha dato. E ce l’ha dato per sempre. Ora certamente, come abbiamo ascoltato nella liturgia, in un modo diverso, ma per sempre.

In questi giorni ringrazio infinitamente Marcos, con la sua vita e con la sua morte, e ringrazio infinitamente nostro Signore per avermi mostrato in un modo che io potessi capire, e magari possiamo capire tutti, questa frase su cui abbiamo lavorato in questi mesi alla Scuola di Comunità: «la vita non è un fare: la vita è un affetto». E l’affetto, in Marcos, si compie. Marcos amava il Signore. Marcos ama il Signore.

Guardate: noi possiamo continuare a vivere così. Possiamo continuare a vivere nell’affetto. Non so quante centinaia di abbracci stiamo ricevendo in questi giorni, ma sono tutti reali. Sono tutti veri. Tutti veri. Sono abbracci che vengono dall’alto.

Mettiamo Marcos nelle mani della Vergine perché lo accompagni fino a casa sua. Fino alla sua nuova casa, dove lo ritroveremo il giorno in cui anche noi saremo chiamati. Così sia.

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